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[Blog Tour] Come la pioggia: accarezzami l'anima di Elisabetta R. Brizzi 2°TAPPA PRESENTAZIONE ROMANZO + ESTRATTI

mercoledì 20 dicembre 2017

Buonasera a tutti :)
oggi vi porto la seconda tappa del blog tour di Come la pioggia: ACCAREZZAMI L'ANIMA di Elisabetta R. Brizzi edito da Collana Floreale.


COME LA PIOGGIA: ACCAREZZAMI L'ANIMA
Elisabetta R. Brizzi
● ● 
Data di uscita: 27/10/2017
E-book: € 1,99
Pagine: 357
Casa editrice: Collana Floreale
Genere: Contemporary Romance

Elena ha 25 anni e una laurea quasi raggiunta. Dopo essere stata abbandonata da Davide, il ragazzo amato per cinque anni, si ritrova ad attraversare uno dei momenti più difficili della sua vita. Quella separazione infatti la getta nello sconforto più totale e le fa perdere ogni tipo di fiducia nei confronti dell'amore, convincendola che sarebbe stato meglio farne a meno. Quando è ormai decisa a voltare pagina e a concentrarsi solo sullo studio e su se stessa, fa la fortuita conoscenza di Amedeo Corsini. L'uomo, un musicista di fama internazionale in crisi creativa da oltre un anno, si è rifugiato nella casa d'infanzia per ritrovare se stesso e soprattutto la sua musica. Dopo un incontro burrascoso, tra i due nasce un forte legame che con il tempo si trasforma in amore. La vita però mescola di nuovo le carte in tavola facendo riavvicinare Elena a Davide. Come la pioggia, accarezzami l'anima è un romanzo d'amore, di crescita, cambiamento, perdita e della forza di ricominciare da capo. È un romanzo che ti resterà nel cuore.

Estratti
Primo incontro tra Elena e Amedeo
«Pulce! Pulce!»
Una voce femminile emerse nella quiete attirando la tua attenzione.
«Pulce, vieni qui!»
Amedeo arcuò un sopracciglio, voltandosi alla porta d’ingresso.
«Pulce obbedisci!»
Il grido proseguì, accompagnato, pochi istanti dopo, da un abbaio. L’uomo emise un sospiro nervoso. Andò sul portico e si bloccò in cima ai gradini. Di fronte a lui, una ragazza dai capelli biondo miele inseguiva uno yorkshire toy per tutto il giardino. Il cane, ignorando i suoi ripetuti richiami, tentava di acchiappare un gabbiano. L’uccello andò ad appollaiarsi sul ramo dell’albero di limoni.
Amedeo incrociò le braccia al petto e seguì i movimenti della donna in attesa di essere notato.
Finalmente, Elena Ferrari incrociò il suo sguardo e nel farlo inciampò contro un sasso perdendo l’equilibrio. Non cadde solo perché si resse per miracolo a un ramo del limone. Nello stesso istante, il gabbiano spiccò il volo e il cane si acquietò, sollevando sconsolato il muso verso di lei: aveva perso la sua battaglia. La ragazza gli lanciò un’occhiata di rimprovero, poi si dette una sistemata ai capelli e tornò a guardare l’uomo.
«Scusi» borbottò imbarazzata.
Amedeo la squadrò senza mutare la sua posizione.
«Come sei entrata qui?»
Elena deglutì. La cagnolina grattò sulle sue gambe guaendo per essere presa in braccio. Lei le fece gesto di tacere e di stare buona.
«Allora? Non hai capito la domanda?»
La ragazza fece una smorfia.
«Ho scavalcato il cancello.»
«Interessante, ma lo sai che questa è proprietà privata?»
«Certo.»
«E quindi…»
L’uomo scese in cortile gesticolando mentre parlava.
«Mi sai spiegare perché non hai citofonato?»
Elena prese a mordicchiarsi il labbro inferiore in difficoltà.
Amedeo si fermò a pochi passi da lei incalzandola.
«Hai perso la voce?»
La ragazza sbatté un pugno sulla gamba.
«Smettila di farmi tutte queste domande!»
Si scansò i capelli dietro le orecchie agitata.
«Non sapevo ci fosse qualcuno! Questa casa è sempre stata disabitata! Pulce ha visto quel cavolo di gabbiano e gli è corsa dietro! Non so che abbia contro quegli uccelli ma quando ne vede uno esce fuori di testa!» si espresse concitata, quasi attaccando le parole.
«Non è una giustificazione plausibile questa.»
«Non mi sto giustificando, infatti. Ho solo raccontato la verità!»
«Senti, per cortesia, chiudiamola qui. Accomodati fuori e possibilmente evita di fare Indiana Jones. Se ti rompi una gamba ci vado di mezzo io.»
«Te l'hanno mai detto che hai un pessimo carattere?»
L’uomo entrò in casa e aprì il cancello. Poi si sporse di nuovo fuori.
«Puoi andare! E la prossima volta tieni quel coso lontano da casa mia!»
«Quel coso ha un nome!»
«Okay, tieni quel cane gatto lontano da casa mia!»
«Si chiama Pulce, Pulce ed è una cagnolina!»
«Pulce è un nome da maschio!»
«Ma quando mai! Non sei padrone della lingua lasciatelo dire oltre ad essere un cacchio di bisbetico!»
Amedeo le lanciò un'occhiata irritata. Rientrò dentro e chiuse la porta sbattendola.
Elena prese Pulce in braccio e la baciò in mezzo alle orecchie. Andò via a passi sostenuti borbottando.
«Indiana Jones… vecchio, avrà mille anni 'sto film.»
In casa, l’uomo restò davanti alla finestra ad osservarla allontanarsi. Quando non fu più visibile, tornò a posare l'attenzione sul pianoforte a coda. Il sole risplendeva su di esso con riverberi screziati d’oro. Si avvicinò allo sgabello, posizionato sotto lo strumento, lo scansò e si sedette. Il Mar Ligure ruggiva contro gli scogli e quel rumore, lento e regolare, gli restituì un velo di calma.
Il cellulare riprese a squillare con insistenza ma lui lo ignorò di nuovo lasciando morire la chiamata nel silenzio.


Elena e Davide
Catturato dal Mar Ligure, il sole se ne stava adagiato a metà del cielo. Le onde scalfivano gli scogli e il loro respiro, nel silenzio della Passeggiata Anita Garibaldi, diveniva strepito assordante.
Elena, affacciata alla balaustra, le braccia piegate su di essa, aspettava. La fronte tesa, le iridi bagnate di malinconia. Grattò via le pellicine delle dita. Avrebbe preferito essere altrove. Un rumore di passi la fece voltare.
Davide era a pochi metri da lei. Le mani nelle tasche dei jeans, i capelli bruni spettinati dal vento, gli occhi di un caldo cioccolato incastrati nei suoi.
Elena non avanzò di un centimetro. Sentiva le gambe di burro e il cuore urlare.
«Ciao.»
Fu lui a parlare per primo.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
Davide tacque per qualche minuto. La squadrò, soffermando l’attenzione alla base del collo. Una cicatrice rosso pallido scorreva sulla sua pelle di porcellana. Fece per sfiorarla ma la ragazza si ritrasse. Si bloccò con la mano a mezz’aria. La chiuse a pugno.
«Perdonami» disse in un bisbiglio.
Elena si mise a braccia conserte, abbassando lo sguardo a terra.
«Ho fatto un casino» proseguì il giovane.
«Ti ho aspettato per giorni in ospedale, a casa. Per giorni.»
«Lo so e ho sbagliato.»
«Pensavo che nonostante tutto mi saresti stato vicino.»
Elena tornò a guardarlo, la vista appannata di pianto, le guance arrossate.
«E invece sei scomparso.»
«Ele non sapevo cosa fare, non… non avevo idea di cosa dirti.»
«Non hai giustificazioni, Davide.» 
Il ragazzo affondò le dita nei capelli, dietro la nuca, quasi avesse voluto strapparli.
«Fammi rimediare.»
«E come? Che vorresti fare?»
«Voglio tornare ad esserti amico.»
Elena s’irrigidì, il respiro le morì nei polmoni. La bocca si curvò nel dolore, inumidita dalle lacrime scese a rigarle il viso. Scosse la testa senza dire niente.
«Perché pensi che non sia possibile?»
«Perché non lo siamo mai stati!»
La ragazza iniziò a gesticolare nervosa.
«E non dirmi che me lo sono sognato perché sai che non è così!»
Davide alzò le spalle, piegando un po’ il capo verso il basso.
«Dimmelo tu che posso fare, allora.»
«Niente, non puoi fare niente.»
«Ma io ti voglio bene, Ele.»
«Non è vero.»
Elena si asciugò alla meglio il volto, tirando su con il naso. Si affacciò di nuovo al parapetto.
«Vattene.»
Davide le toccò una spalla ma lei si scostò in malo modo.
«Vattene via!»
Deluso indietreggiò per poi incamminarsi verso l’uscita. Dette un calcio nel vuoto, con rabbia.
Elena lo seguì con la coda dell’occhio. Quando lui svanì, inghiottito dal sottopassaggio, si accucciò a terra, aggrappata alla ringhiera e, chinando la testa, si lasciò travolgere dal pianto.


Davide (digressione)
«È in ritardo.»
Davide masticò quelle parole tra sé mentre osservava un arcobaleno venuto ad animare un cielo plumbeo attraversato da strisce di sole. Appoggiato con la schiena contro la ringhiera della sua scuola, lo zainetto sulle spalle, abbassò lo sguardo sconsolato, affondando le mani nelle tasche dei jeans. Lo spiazzale si stava pian piano svuotando dagli ultimi alunni. Alcuni ragazzini, dodicenni con la voglia di crescere stampata negli occhi, lo salutarono sorridendo, affiancati dai genitori.
Davide ricambiò il saluto sforzandosi di nascondere la propria tristezza. Una folata di vento salì a gelargli le guance. Si tolse la cartella e, posandola tra le gambe, l'aprì e ne estrasse una sciarpa. L'avvolse intorno al collo. Il calore gli regalò un attimo di sollievo. Controllò l'ora. Mancavano pochi minuti alle 13:30. Dette un'occhiata in giro. C'era rimasto solo lui adesso, persino il cancello scolastico si chiuse in un cigolio. Sospirò, raccolse lo zaino e s'incamminò in direzione di un sottopassaggio. Nell'arco di pochi minuti si ritrovò su Corso Europa, nei pressi della fermata degli autobus. Il cielo frattanto si era fatto più spesso e scuro. Frugò nelle tasche del giubbotto e tirò fuori un biglietto stropicciato. Lo esaminò sincerandosi fosse valido. Controllò le poche auto che passavano e in ognuna di esse sperava di individuare sua madre, ma ogni volta restava deluso. In fondo alla strada, fece la sua comparsa un pullman. Segnalò la sua presenza con un cenno della mano e si posizionò sul ciglio del marciapiede in attesa che arrivasse. L'autobus si fermò e le porte centrali si aprirono in uno sbuffo. Salì, obliterò e andò a sedersi nel primo posto libero trovato, sprofondando nel sedile con le gambe contro quello di fronte. Si morse un labbro, incrociando le braccia al petto. L'unico rumore presente era quello del motore, il classico singhiozzo dei bus. Un silenzio opprimente per lui. Gli sembrava scandisse il tempo della propria solitudine. Si volse al finestrino, sporcato da qualche sporadica goccia di pioggia. Il Mar Ligure si mostrava tra gli squarci dei palazzi, imponendo il proprio blu sul grigio delle nuvole. Le palme oscillavano disturbate dal vento.
Al centro del paese, scese in strada ritrovandosi ancora immerso in una quiete profonda. Persino il mare gli parve muto. Si diresse verso casa con le mani in tasca e gli occhi curvi. L'eco dei suoi passi rimbombava tra i palazzi e gli tenne compagnia fino a casa, fin dentro l'ascensore. Là, si appoggiò contro la parete e chiuse gli occhi, soffocando un moto di pianto. Arrivato al terzo piano, prese fiato, si stampò in faccia un sorriso vacuo ed entrò nell'appartamento. L'aria aveva il sapore dell'inconfondibile pesto di sua nonna.
Giuseppe era accomodato in poltrona a leggere il giornale. Alzò il viso su di lui sorridendo.
«Bentornato, tua madre? Sta cercando parcheggio?»
Davide si tolse lo zaino e lo lasciò vicino al divano.
«No, sono tornato da solo.»
L'uomo aggrottò la fronte e chiuse il giornale. Si tolse gli occhiali.
«Non è venuta?»
Il ragazzino fece spallucce.
Dalla cucina, spuntò Lorena con il grembiule e un mestolo tra le mani.
«Ha dimenticato di venirti a prendere?»
«Che ne so, comunque mi ero stufato di aspettare.»
Giuseppe e Lorena si scambiarono un'occhiata seria.
Il ragazzino entrò in bagno. Aprì il rubinetto e s'insaponò le mani. Mentre le sciacquava, fissò la sua immagine riflessa nello specchio. In sottofondo, confusa al rumore dell'acqua, emerse la voce risentita di suo nonno. Era al telefono.
«Sei rimasta in studio? E non potevi fare una telefonata che andavo a prenderlo io?»
Davide serrò la bocca e corrugò fronte e sopracciglia.
«Te ne sei dimenticata? Come puoi dimenticarti di tuo figlio?»
Strinse le dita intorno ai bordi del lavandino.
«Mi chiedo dove tu abbia la testa, guarda. Rimproveri tanto Edoardo ma tu non stai facendo di meglio!»
Lo sguardo si appannò di pianto. Chinò la testa e stavolta non si trattenne, consentendo alle lacrime di inumidirgli il viso. Un singhiozzo gli bloccò il respiro.
«Mi auguro che quando rientri, tu gli chieda scusa.»
Si accucciò a terra piangendo senza fare rumore.


Elena e Amedeo
Amedeo, nella suite del suo albergo, la camicia mezza sbottonata e tirata fuori dai pantaloni, contemplava da un'ampia vetrata una New York smarrita nelle sue mille luci colorate. Auto e palazzi parevano sciogliersi in scie luminose.
«Ci sei andata da sola?»
«No, sono con Greta. Come è andato il concerto?»
«Sold out.»
«Sono contenta per te.»
Amedeo si passò una mano sul viso.
«Cercherò di essere migliore di questo, Elena.»
Elena attorcigliò le dita intorno a una ciocca di capelli.
«A me basta che ti ricordi di me.»
«Io mi ricordo sempre di te.»
«Quando sparisci mi fai pensare cose diverse.»
L'uomo chinò un po' la testa in avanti. Contrasse fronte e bocca.
«Se ti perdessi non me lo perdonerei mai.»
Elena tacque a lungo. Oltre l'invisibile filo del telefono ascoltava il respiro di Amedeo, la sua voce muta che diceva più cose di quanto lui stesso voleva ammettere. Pensieri rattrappiti nell'incertezza del loro domani. Abbozzò un sorriso pregno di tutta la sua dolcezza e di quell'amore che le incendiava l'anima mandandola in pezzi.
«Ti amo, anche io» disse alla fine in un bisbiglio.
Nell'ascoltare quelle parole, Amedeo si sentì invadere da un'intensa emozione.
«Buonanotte» aggiunse Elena e chiuse la chiamata.


Amedeo
Lavanda. Amedeo ne percepì all’istante il profumo, appena aprì l’armadio della camera dei genitori. L’abbacinante luce solare aveva invaso ogni antro dell’ambiente e i suoi riflessi s’incidevano come diamanti sul Mar Ligure. Senza decidersi a muoversi, l’uomo studiò gli abiti appesi sulle grucce. Camicie inamidate, gonne di chiffon, giacche a doppio petto, pantaloni, abiti. Sul ripiano inferiore, sacchetti di lavanda. Tutto in perfetto ordine. Tutto cristallizzato in una notte di Settembre. Respirò a fondo. Gola e stomaco chiusi in una morsa. Allungò un braccio e accarezzò la manica di un giacchetto. L’annusò, chiudendo gli occhi. Le gambe vacillarono. Ebbe l’impressione di percepire l’odore di sua madre tra quelle fibre. Un brivido lo percorse. Si passò una mano sul viso e, tornato dritto, si voltò per un attimo al letto. Sopra di esso, un paio di grandi scatole. Afferrò alcuni indumenti, adagiandoli sull’avambraccio e, dopo averli ripiegati, li infilò nel primo dei due contenitori. S’interruppe di nuovo assalito da un moto di pianto. Le spalle ricurve su quei ricordi di lana e cotone. Sbuffò, portandosi le dita sugli occhi nel tentativo di riprendere il controllo di se stesso. Andò al comò e aprì il primo cassetto. Lo sguardo lasciò spazio allo stupore. Incastrato tra i calzini, c’era un album con una scritta a mano: Amedeo. Era opera di suo padre, riconobbe subito la sua calligrafia elegante. Sfogliò qualche pagina. Le mani tremarono. Dovette reggersi al mobile per non crollare a terra. Lasciò stare tutto e scese in fretta al piano inferiore quasi inciampando sui gradini. Corse fuori, all'aperto, sotto il portico e portandosi una mano al petto si piegò in avanti prendendo ampi respiri. Sbatté più volte un pugno sulla gamba e quando l'aria riprese a circolare, tornò composto e si appoggiò con la schiena contro lo stipite della porta. Sull'albero di limoni, i frutti aspettavano di essere colti, il loro giallo risaltava sul verde delle foglie. Una risata, seguita dal rumore di ruote sulla strada, attirò la sua attenzione. Oltre il cancello, scorse un bambino sfrecciare a bordo di un monopattino seguito a poca distanza da genitori in ansia. Lo scalpiccio delle loro scarpe risvegliò ancora una volta i suoi ricordi. Era il frastuono della sua infanzia perduta.
«Amedeo! Amedeo!»
Correva Amedeo, a bordo di uno skateboard sbilenco. I capelli appiccicati sulla fronte, gli occhi vivaci, la pelle screziata di bruno.
«Amedeo, scendi da quel coso!»
Sua madre lo inseguiva muovendosi con difficoltà nella gonna aderente. Il viso abbronzato, rosso di fatica e preoccupazione.
«Mamma, che pizza!»
Il bambino finalmente si fermò. Con un piede mise in verticale lo skate. La donna glielo sottrasse all’istante.
«È mai possibile che quando non c’è tuo padre devi farmi dannare?»
«Stavo solo giocando.»
«Correre su questo trabiccolo non è giocare!»
Il bambino s'imbronciò.
Agatha si sistemò i capelli legati in un morbido chignon facendo un sospiro.
«Non mettere il muso adesso.»
«Io voglio giocare!»
«E puoi farlo ma con criterio e attenzione.»
Amedeo incrociò le braccia al petto gonfiando le guance. Segno evidente del suo disaccordo.
La donna si accovacciò di fronte a lui mettendogli le mani sulle spalle.
«Tesoro, ascolta. Lo so che adesso ti sembra ingiusto e che ci vedi come degli orchi cattivi, ma quando sarai grande ci ringrazierai.»
Mise in ordine il colletto della polo di suo figlio, abbozzò un sorriso dolce accarezzandogli una guancia e poi lo prese per mano riprendendo a camminare con lui a passo lento.
Amedeo contrasse bocca e fronte. Aveva seppellito il passato per anni, per non sentire niente, per non esserne straziato e adesso non gli era più possibile tenerlo chiuso. Fingere che non ci fosse e che lui fosse figlio di nessuno. Adesso doveva scenderci a patti, raccogliere i cocci e ricomporre se stesso.


Elena (il suo diario)
Sono ancora vivi i ricordi. Troppo. Mi tolgono il respiro. Straziano. Sembra che "quel giorno" non debba trascolorare mai. Non mi pento della decisione presa, non torno indietro ma tutto questo è un lutto. Ho addosso un odioso, insopportabile senso di assenza. Della sua assenza. Ogni mattina mi alzo e mi chiedo se sono felice, se va meglio, se semplicemente "mi sento". E la risposta è ancora "no", anche se credo che qualcosa stia cambiando. Io sto cambiando, sebbene non sia in grado di dire cosa diventerò e come sarò. Chi sarò. Cosa proverò. Sono in transizione. Sì, è il termine più giusto da usare questo.
Navigo in un pozzo scuro ma tornerò alla luce e quando accadrà potrò finalmente guardarmi allo specchio nella consapevolezza di non essere più la "non ragazza di Davide".


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